Di questo articolo è possibile ascoltare il podcast letto dall’autrice a questo indirizzo: https://spoti.fi/45dH71k
Una donna passeggia tra i ruderi di un vecchio cimitero di una vetusta abbazia un giorno qualsiasi di un qualsiasi agosto del 2014. Il sole è accecante… anche se la pioggerellina tipica di quelle colline sempre verdi s’affaccia dispettosa a tratti tra le nuvole che corrono veloci attraverso il cielo d’Irlanda. La donna osserva le tombe antiche e lise dalle intemperie dell’Abbazia di Corcomroe. Qualche nome e parte degli epitaffi riesci a distinguerli anche se sono stati incisi sulla pietra venata secoli prima: Donald, Brian, Jacob, amato marito, moglie orgogliosa, figlio adorato… La donna è una scrittrice. Le piace leggere, identificare e rimuginare sulle parole, tutte… anche quelle delle lapidi. Stringe il berretto di cotone color arancione e verde tra le mani e pensa, sospirando, che gli epitaffi sono messaggi che pochi hanno il coraggio di leggere davvero. S’incammina verso l’ennesima arcata mentre la guida, un tizio simpatico di nome PJ, dice che in quel posto ci sono state tante battaglie anche se è isolato e anche se si trova in un luogo selvaggio a confine tra i boschi e le scogliere rovinose piene d’erica della contea di Clare. La donna sorride e pensa che nemmeno i posti più isolati possono rimanere in pace. La guida dice che là sono morti re molto amati e valorosi cavalieri. Passo dopo passo, assieme agli altri turisti stanchi ma vogliosi di poter tornare a casa con qualcosa da raccontare, si guarda intorno e, a un certo punto, vede, per terra qualcosa di bianco e appuntito. La prima cosa che le viene in mente è “Oddhio! Il dente d’un lupo!”. Risente l’eco della voce della guida che, mentre scendevano dalla corriera, aveva detto a tutti di raccogliere assolutamente fiori o altro dal prato perché era vietato visto che tutto il sito era considerato monumento nazionale. La scrittrice, attenta alle parole da sempre, pensa che, giustamente, quello non è il prato. In effetti, ora è proprio all’entrata del cimitero dell’abbazia, sul lato destro, a dire il vero. E pensa che quella cosa dalla forma strana e appuntita sarà al 99% davvero un canino di lupo che la sta proprio chiamando in maniera ipnotica, come le sirene di Odisseo. Lo guarda meglio dall’alto del suo metro e cinquantasette e si dice: “Cavolo, che occasione per trovare un talismano così potente. Il dente d’un lupo!” e, senza nemmeno pensarci troppo perciò, si china, lo acchiappa tra le dita inanellate e lo mette in tasca, felice, continuando il suo viaggio tra le verdeggianti terre d’Irlanda.
Facciamo un bel fast forward come nei videoregistratori degli anni ’80 e ritroviamo quella scrittrice mentre conduce due cabaret letterari il 13 e 14 settembre 2023, quasi 10 anni dopo, a Milano presso la libreria Libri e Collane d’Autore.
Nel cabaret di settembre abbiamo parlato della pace perché il 21 settembre si celebra la giornata internazionale di questo status che tanto si fatica a trovare su questo pianeta. Le prime considerazioni dei partecipanti sono state tutte unanimi: la pace si verifica quando non c’è attrito. La pace si verifica quando c’è armonia. Quando c’è opposizione, non c’è pace. Quando non c’è pacato e rispettoso disaccordo, non c’è pace. Quando c’è stimolo negativo, non c’è pace. Quando non c’è accoglienza, non c’è pace. Questo l’abbiamo capito benissimo, parlandone durante i due appuntamenti. Qualcuno ha ricordato il fatto che la pace, spesso, la troviamo nella solitudine. Qualcun altro ha ribattuto che, però, quella non è pace perché, se pace dev’essere, allora che lo sia davvero quando ci interfacciamo con gli altri e non solo con noi stessi perché, alla fine, è facile trovare la pace se stiamo da soli, no? In qualche maniera ci dovremmo pur sopportare con tutti i nostri difetti. Certo che, però, c’è anche gente che litiga furiosamente e dichiara guerra perfino alla propria coscienza e là, davvero, non saprei proprio come se ne può uscire. Forse con qualche bel respiro, libro o qualche poesia che ci faccia stare meglio?
Già… questo è stato il cabaret delle poesie. Ne abbiamo citate (e lette) almeno tre. La pace, quando è vera, è poesia pura. La pace vera è armonia tra le parti che si interfacciano, che siano due o due miliardi. Non per niente, quando immaginiamo la pace, quasi sempre vediamo, con la nostra fantasia, una bellissima giornata di sole, il verde della campagna o della montagna con rigogliosi prati chiazzati di fiori variopinti, i fili d’erba scaldati dai tiepidi e confortanti raggi del sole mentre gli uccellini svolazzano tra le fronde degli alberi secolari ai cui piedi, magari, noi possiamo riposarci per trovare la pace. O magari, immaginiamo lo sciabordio delle onde che s’allungano sulla spiaggia di sabbia rilucente con i gabbiani che volano, stridono e garriscono felici nel cielo azzurro e lo iodio che ci entra nel naso stimolandoci un sospiro di serenità. Pace è serenità. Pace è accordo. Pace è concordia. Pace è un’armonia di elementi che assieme, per quanto diversi, riescono a non variare lo status emotivo in maniera negativa dei fattori e delle persone che fanno parte di questo quadro, umano, naturalistico o astratto che sia.
Già, la pace è armonia e poesia. E una delle poesie narrate durante i due cabaret è stata “Ho dipinto la pace” di Tali Sorek. Qua devo fare un inciso: la proprietaria della libreria, Alessandra Cossar, ha questa capacità di stupirmi ogni volta che, inaspettatamente, recita poesie come se fossimo ancora a scuola, alle elementari, davanti alla maestra. E il modo in cui le recita, rispettoso e a dar onore alle parole che ha memorizzato è emozionante. Ormai, per me, è un appuntamento nell’appuntamento. Ogni volta mi dico: “Chissà quale poesia reciterà Alessandra oggi” e devo dire che non mi delude mai. Spettacolo assicurato. Comunque, la poesia di Tali Sorek recita così:
Avevo una scatola di colori
brillanti, decisi, vivi.
Avevo una scatola di colori,
alcuni caldi, altri molto freddi.
Non avevo il rosso
per il sangue dei feriti.
Non avevo il nero
per il pianto degli orfani.
Non avevo il bianco
per le mani e il volto dei morti.
Non avevo il giallo
per la sabbia ardente,
ma avevo l’arancio
per la gioia della vita,
e il verde per i germogli e i nidi,
e il celeste dei chiari cieli splendenti,
e il rosa per i sogni e il riposo.
Mi sono seduta e ho dipinto la pace.
È stato commovente al punto che, forse al secondo appuntamento, le abbiamo chiesto di recitarla di nuovo. Perché volevamo fare NOSTRE quelle parole. Perché volevamo sentirle dentro per apprezzare, davvero, anche quel piccolo, minuscolo, innocente momento di pace, in quel preciso istante, in cui eravamo là, tutti assieme e se ne poteva parlare tranquillamente, della pace, tra di noi.
Questa pace che tutti cerchiamo e che fatichiamo a raggiungere nonostante i nostri sforzi.
Forse non ci sarebbe da sforzarsi, forse ci sarebbe semplicemente da essere in pace senza dare il potere a nessuno di disturbare il nostro status di quietezza, ma questo è un altro discorso. Durante gli incontri ho ricordato ai presenti che c’è un modo di dire napoletano che è “j’à sta rint ‘e tranquill” che significa “stare nel gruppo dei tranquilli” o qualcosa del genere che va a braccetto con un’altra espressione tipica che è “truvà pace” (come nella poesia di Eduardo che ho recitato qualche podcast fa). Eduardo, nell’ultima strofa della sua poesia, si chiedeva se davvero, alla fine, la pace si può trovare solamente quando siamo morti. Opinione mia personale: quando moriamo andiamo in un posto dove lavoriamo dieci volte di più e meglio di qua e la pace, forse, ha un aspetto e delle connotazioni molto diverse da quelle terrene che noi immaginiamo adesso.
Comunque, durante i due cabaret abbiamo parlato del libro Guerra e Pace che una partecipante (Antonella, forse) ha letto più una volta (e io, davvero, mi complimento con lei da qua all’eternità perché, pur avendolo iniziato decine di volte, non l’ho mai terminato…), abbiamo parlato di quadri dedicati alla pace come la Guernica di Picasso o del film Soldato Blu che avviò un movimento di protesta per la pace in Vietnam. Abbiamo parlato del concerto della pace che si tiene ogni anno in Vaticano e della musica che ispira pace e che rasserena. Abbiamo parlato della pace dei sensi, della pace del cuore, della pace dell’anima, della pace eterna rappresentata nel bellissimo film giapponese Departures che suggerisco a tutti di guardare. Quella pace eterna che, secondo le credenze, non dovrebbe essere disturbata mai. Quella pace che alcuni dei partecipanti ai due appuntamenti hanno ammesso di trovare spesso e volentieri nei silenzi complici e accoglienti dei cimiteri… già… i cimiteri… e qua, ritorniamo all’aneddoto raccontato nel secondo appuntamento di settembre dalla conduttrice dei cabaret (che sarei io) in merito alla pace della morte che dovrebbe rimanere indisturbata ma che… Ebbene, ritorniamo a quell’agosto del 2014 che, per la scrittrice di cui sopra, si rivelò a dir poco sorprendente perché, di ritorno da Dublino, quella donna si rese conto d’aver commesso un atto a dir poco irrispettoso e oltraggioso al quale porse rimedio con la seguente email:
Caro P.J.,
Mi chiamo Rosa Parrella. Ho prenotato un tour giornaliero alle Scogliere e al Burren con la vostra agenzia, nell’agosto 2014 (il 12 agosto per l’esattezza), con mia figlia e altre due amiche. Ho davvero apprezzato il modo in cui ci hai guidati attraverso il tuo bellissimo e splendido paese, raccontando tutte quelle storie divertenti che ci hanno rallegrato. Tra l’altro, alla fine della giornata, per me è stato un piacere lasciare la mancia per le scarpe di Jimmy Choo che spero tu abbia comprato a tua moglie… In effetti, la tua storia sugli astemi è stata molto divertente, ma quella che sto per raccontarti potrebbe essere ancora migliore… e, chissà, forse la racconterai tu, l’estate prossima, ai visitatori che porterai in quel tuo luogo speciale. Come ho detto, il viaggio è stato semplicemente fantastico. Infatti, quando sono tornata in Italia, ho pubblicato un commento su Trip Advisor perché ero molto soddisfatta di come fosse andata quella giornata. Ma non è questo il motivo per cui ti scrivo. Ti scrivo perché sei l’unica persona che può, forse, fare ciò che è meglio o, forse no, ma, almeno, ci ho provato.
In breve, se ci riesco, nel momento in cui siamo arrivati all’Abbazia di Corcomroe, ci hai detto di non raccogliere fiori o qualsiasi altra cosa dal terreno. Noi, italiani, rispettiamo molto queste richieste e non andremmo mai contro di esse. Ma… Ma, quando sono entrata nell’abbazia e stavo camminando lungo le navate, mentre guardavo intorno e giù ai miei piedi, cercando di non camminare sulle tombe, ho visto un bel sassolino bianco nel mezzo della ghiaia proprio all’inizio dell’entrata, sul lato destro. Ho pensato che non avrebbe fatto male a nessuno se avessi raccolto quel piccolo sassolino lucente e così ho fatto.
Era molto bello e luccicoso e bianco. L’ho guardato e, con mia sorpresa, ho capito che avrebbe potuto essere anche un dente di lupo, magari! La mia fantasia è volata così lontano che non puoi immaginare! Ero sicura che fosse un segno del destino e che mi avrebbe protetto da ogni tipo di male. Ero così felice del mio ritrovamento che l’ho mostrato brevemente anche alle mie compagne di viaggio e non l’ho mai tolto (non volevo perderlo, tanto mi piaceva) dal piccolo sacchetto in cui l’avevo messo.
Così, il viaggio è continuato splendidamente da Clifden a Galway, poi a Kilkenny e, alla fine di agosto, abbiamo fatto ritorno a Dublino per tornare in Italia.
Qualche giorno dopo essere rientrata, mi sono ricordata del mio prezioso dente di lupo e ho aperto il sacchetto. Beh… il fatto è che, nel momento esatto in cui l’ho guardato di nuovo, ho realizzato che stavo osservando il sassolino/dente di lupo bianco per il verso sbagliato… In effetti, non era un dente di lupo ma era un dente umano! Non volendoci credere, ho mandato la foto a un amico dentista che mi ha confermato d’aver prelevato dal suolo irlandese un bellissimo premolare umano e pure con un po’ di carie… nemmeno un canino… pensa te! Un premolare! MI È QUASI VENUTO UN INFARTO. Penso che, per un momento, io sia persino svenuta… non me lo ricordo.
Bene… Come ti senti riguardo a ciò che ho appena scritto? Beh, immagina me… Gli italiani, sai, sono così religiosi, così rispettosi dei defunti… e anche io lo sono. Ma, continuo a pensare che ho viaggiato per giorni interi con il dente di qualcuno nella mia borsa e non lo sapevo nemmeno… e ora posso osservarlo sulla mia scrivania! Sono così scioccata e molto dispiaciuta e tutte le altre decine di emozioni che puoi immaginare… Non sapevo proprio cosa fare, così l’ho tenuto.
In effetti, l’ho tenuto con cura per quasi tre mesi e, onestamente, non ho avuto il cuore di gettarlo via. Non ho mai potuto e non so perché (o forse sì…). Forse c’è un segno in questo? Forse la persona a cui apparteneva quel dente voleva venire in Italia così tanto e non ha mai potuto? Forse no? Solo Dio lo sa. Io no. Ma sono sicura che non verrò più in Irlanda, anche se l’ho amata così tanto che penso di averci vissuto in una delle mie vite passate, di sicuro.
In ogni caso, questa è la storia. In allegato troverai una foto del dente. Mi chiedevo se puoi aiutarmi. Posso mandartelo, per favore? Potresti rimetterlo dove l’ho preso? Potresti? Potresti per favore farlo rimettere da dove proviene, per me, per favore? Ti sarei infinitamente grata e non lo dimenticherò mai e, credimi, se mai verrai in Italia (Milano, per essere precisi) c’è una camera per te e la tua famiglia qui… Quando vuoi, per sempre.
Mi sono appena resa conto che, leggendo quanto sopra, se sei arrivato alla fine, qualcuno potrebbe pensare che sia uno stupido scherzo ma, per favore, per favore, credimi, NON LO È. NON LO È e ho tanto riflettuto su cosa avrei dovuto fare con questo dente.
Se nessuno risponderà a questa email, allora, resterà con me. Se deve essere così. Probabilmente è quello che Dio vuole.
In ogni caso, grazie per aver letto fin qui e per la tua risposta…
Rosa
Vi risparmio la sequela di comunicazioni e condivido con voi solo la terza mail in risposta a questa dice così:
Ciao Rosa,
Volevo solo farti sapere che il dente è arrivato oggi e domani lo rispediremo nella sua ultima dimora.
Cordiali saluti,
Orla.
Beh, almeno quel dente che s’è fatto il giro di mezza Europa nelle mie tasche ha trovato la pace eterna!
La pace… hmm? La pace alla quale tutti aneliamo e che speriamo di raggiungere, come il proprietario di quel dente che tirai su per caso inavvertitamente (lo sottolineo ancora), inavvertitamente in Irlanda.
La cerchiamo tutti, la pace, ogni giorno. Alla fine, però, mi sono resa conto di una cosa, parlando con i due gruppi di partecipanti al cabaret: la pace, davvero dipende da noi. Solo da noi. Possiamo appoggiarci a Dio, alle droghe, alla solitudine a tante altre cose per avere pace ma, la pace è dentro di noi. Gesù disse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace.” Questo significa che lui era in pace e voleva che lo fossimo anche noi, lasciandoci la sua pace. E poi continuò dicendo: “Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore…” Ci dice questo perché vuole che la nostra pace non dipenda dal mondo, ma solo dal nostro atteggiamento senza timore e senza turbamento. Chissà se ci riusciremo.
Bene, non sono il Papa e non sono un prete… ma, questo punto, mi vien da dire “andate in pace” ma non prima di ricordarvi i prossimi due appuntamenti del Cabaret letterario che si terranno a ottobre l’11 e 12 ottobre che avranno come argomento di discussione: IL MONDO in tutte le sue rubiconde e universali sfaccettature.
Buona pace a tutti!